Intervista con Hallgrímur Helgason.

 

In Italia viene etichettato come “Bukowski islandese”, una definizione che non condivido e trovo limitativa.

Io sono Helgason. Bukowski è stato prima di tutto ed essenzialmente un poeta. Sono più un romanziere. Poi non bevo molto come lui. Ma mi piace. Il suo libro, “Pulp”, è stato un’ispirazione per “Toxic”.

Lei è anche poeta, pittore, e autore radio televisivo. Cosa significa essere un’artista, oggi, in Islanda?

E’ l’unica “figura pubblica” su cui possono contare le persone in questi giorni. I banchieri, gli avvocati, gli uomini d’affari e i politici hanno tutti un’immagine danneggiata. La gente non si fida più di loro. Hanno rovinato la reputazione dell’Islanda. Poeti, musicisti e artisti sono gli unici che possono rimetterci in salute.

A che età ha iniziato a scrivere?

Ho scritto una piccola opera alla fine della scuola superiore, a 19 anni. Ma non ero pronto allora. Ho scritto un piccolo libro nel 1984 che non è stato mai pubblicato. Mi sono imposto di scrivere un romanzo all’età di 29 anni. Non era un granché ma mi ha permesso di iniziare a scrivere. Ho trovato la voce narrativa con il secondo romanzo, nel 1994.

Cosa scriveva all’inizio?

Descrizioni di vita dal mio punto di vista.

Che tipo di studente era?

Sono stato sempre il migliore, fino alla scuola superiore, quando ho perso l’interesse. E poi non sono mai andato all’università.

Che rapporto aveva con i suoi genitori? Si respirava cultura in casa sua?

In piccole proporzioni. La sorella di mia nonna era un’artista rispettata all’epoca, si rifaceva allo stile dei paesaggi e delle nature morte di Cézanne. Poi il fratello di mia nonna da parte di padre era uno stimato compositore. Provengo da una famiglia di ceto medio di periferia. I miei genitori hanno studiato a Copenhagen e in casa ha sempre prenominato una cultura danese. Ho sempre avuto buoni rapporti con loro. Non si sono mai lamentati delle mie scelte e mi hanno sempre sostenuto. Mio padre è stato un ingegnere e mia madre una maestra d’asilo. Ho preso lezioni di arte dall’età di sette anni, tuttavia ero convinto che sarei divenuto un ingegnere come mio padre. Fino a che non ho dovuto ammettere che sarei divenuto un artista. Penso che, nella mia arte, ho provato a combinare l’occhio preciso dell’ingegnere con il cuore tenero della maestra d’asilo.

Come definirebbe la sua infanzia-adolescenza?

Nella norma e senza disastri. Frequentavo lezioni di arte, guardavo partite di football e praticavo lo sci alpino quattro volte alla settimana. Ero abbastanza felice fino al momento in cui mi sono stufato della scuola e della periferia, e volevo vivere al centro, diventando un artista. Mi vedo come un fiore che è sbocciato tardi, un timido nei confronti delle ragazze e cose del genere. Ho anche trascorso sei estati in campagna a lavorare in fattoria, dall’età di nove a quindici anni. E questa esperienza ha avuto un effetto profondo su di me.

Ha vissuto cinque anni a Parigi. Che ricordo ha?

La bellissima architettura, le stronzate senza fine degli intellettuali francesi, e il cibo altrettanto indigesto per lo stomaco come la lingua lo era per le orecchie.

Ci sono delle città che ha particolarmente amato?

La scorsa primavera sono stato a Seul. Mi è piaciuta molto. Molto energica e efficiente. Una vera avventura. La città del futuro. Mi piace molto Roma, dove sono stato un’estate per scrivere uno strano libro su Dio. Ho apprezzato abbastanza la rilassante decadenza post-coloniale di Maputo, Mozambico. Mi piace anche New York dove ho vissuto per tre anni. Mosca è affascinante in un modo brutale. Oslo è la città più calda del nord. Venezia, Praga e Cracovia le ricorderò per sempre. Ma la città che amo è Istanbul.

Sono state importanti per i suoi lavori?

Penso che New York è stata fondamentale. Manhattan è stata la mia università. Lì ho imparato molto ad esprimere me stesso. Ho sviluppato il mio humour guardando il David Letterman show e le commedie e sono rimasto molto affascinato dalla cultura Afro-americana: rap, hip-hop e Michael Jackson. Leggere il New York Times un’ora al giorno per tre anni è stata una grande scuola di scrittura.

Cosa ha provato e dove si trovava quando è stato pubblicato il suo primo libro?

Ho perso l’occasione di vivere la pubblicazione perché ero a Parigi quando il libro è uscito in Islanda. Ma si è trattato di un passaggio importante per me.

Ha sempre saputo che avrebbe fatto lo scrittore?

Da quando avevo 19 anni, sì. Ma ero un artista già all’età di sette anni, così sapevo che questo sarebbe stato problematico. Sono stato pittore dai 20 ai 30 anni. Pittore e scrittore dai 30 ai 40. Ora ne ho 51 e mi manca perché a fatica mi occupo di arte.

Chi sono gli scrittori che più ammira?

Nabokov, Shakespeare, Wilde, Singer e Philip Roth.

Tra i giovani scrittori islandesi chi le piace?

Sto ancora aspettando il mio preferito.

 Quali italiani si leggono in Islanda?

Umberto Eco, Niccolò Ammaniti e altri. Ho letto il libro di Roberto Saviano sulla mafia. Davvero bello.

Quando inizia un nuovo romanzo, per prima cosa scrive una trama dettagliata o parte dai personaggi?

Devo avere i personaggi. Devo conoscerli, come sono fatti, i loro nomi, ecc. Poi devo anche avere qualche idea su che cosa tratta il libro. Spesso penso ai romanzi per anni. Ho avuto in gestazione “101 Reykjavik” cinque anni prima di cominciare a scriverlo. Ho portato Toxic nel mio stomaco per due anni.                

Ha dei taccuini dove prende appunti durante la giornata?

A metà della composizione uso dei taccuini. Potrei ascoltare qualche frase in una conversazione o prendere un’idea mentre dormo. Meglio che mi annoti tutto. Tra un libro e l’altro libero la mente. Se non ricordo un’idea, significa soltanto che non meritava di essere annotata.

Ascolta musica mentre scrive?

No, mai.

 

 Legge altri libri di narrativa mentre lavora a un romanzo?

Leggo soprattutto libri di storia o altre fonti di informazione che possono aiutarmi con il romanzo su cui sto lavorando. Non mi sento a mio agio a leggere romanzi di altri autori mentre sto lavorando al mio. Tuttavia, do uno sguardo a Shakespeare e a Wilde, per fare il pieno.

Ha mai avuto paura della pagina bianca?

No. La pagina bianca è una delle cose che preferisco al mondo.

Quali sono gli orari in cui preferisce scrivere? Scrive tutti i giorni?

La mattina e il tardo pomeriggio. Le ore dopo pranzo sono a volte difficili. Scrivo ogni giorno, come un impiegato in un ufficio. Dalle 9 alle 16:30 quando ho i bambini. E dalle 9 alle 19 quando non ce li ho.

 Quante pagine riesce a scrivere in un giorno?

Da una e mezzo a quattro. Quando ero giovane e matto potevo scrivere 14 pagine al giorno. E se non le salvavo e il computer si spegneva, le scrivevo di nuovo il giorno dopo.

Ha dei portafortuna?

Ho un blog di una giovane ragazza coreana, una recensione di “101 Reykjavik”, che dice che non solo sono il migliore, ma “lo scrittore più sexy al mondo”. Ho appeso questa frase al muro e la guardo ogni volta che mi sento giù o sono depresso. Faccio anche riferimento ad una lettera che il mio bambino di sette anni mi ha scritto di recente: “Caro papà, spero che la scrittura vada bene!”

Cosa ne pensa delle scuole di scrittura? Si può insegnare a scrivere?

No, ma puoi facilmente coltivare il talento e tirare fuori il meglio dalle persone.

Esistono dei trucchi per migliorare la propria tecnica?

Dì ai tuoi amici che stai scrivendo un libro. Ti aiuterà a concentrarti e a conoscere veramente di che cosa tratterà! Se non puoi dirglielo, significa che non ti conosci. Un altro consiglio: fatti un bagno di un’ora. L’acqua è ottima per stimolare le idee.

Che cos’è lo stile per lei?

Il “sentimento” del libro.

Si trova più a suo agio con una narrazione in terza persona o predilige la prima persona?

Miro alla terza persona ma alla fine mi ritrovo a utilizzare la prima persona. Il personaggio principale di solito è così forte che prende il sopravvento. E mi piace che i miei libri siano diversi l’uno dall’altro. Ogni libro dovrebbe essere un mondo a sé, con un proprio linguaggio e una voce propria.

E’ importante costruire un incipit che abbia presa sui lettori?

Le prime due frasi sono fondamentali, sì.

A chi fa leggere le sue cose, per un parere, prima che escano?

Ho vecchi amici che leggono i miei libri nel manoscritto e poi di solito ho un nuovo editore ogni volta, preferibilmente una donna.

Le grandi serie tv americane, penso ai “Soprano” e “Mad Men”, hanno sostituito il romanzo classico?

No. C’è troppo poco spazio per la scrittura in TV e nei film. Non c’è spazio per grandi pensieri, affascinanti intuizioni, versi poetici…

L’ebook è il futuro?

Penso che avrà successo. Non sono preoccupato della cosa. Non importa in realtà se le persone leggono da un libro o da uno schermo, l’importante è che continuino a leggere.

E’ da poco uscito in Italia, nella nuova collana “Special Books” di Isbn, il suo ottavo romanzo. Quanto tempo ha impiegato a scriverlo? 

Circa un anno. E’ un romanzo breve e comico, ma l’ho scritto in inglese, che non è la mia lingua madre, infatti è stato un po’ difficile per me. Poi  si doveva passare per “la cruna di un ago”, rappresentata dallo stile di composizione inglese.

 Lo stile del romanzo è asciutto ed essenziale. Ha fatto più stesure?

Non proprio in realtà, ma ho dovuto riscrivere alcuni capitoli e assottigliarne altri.

E’ quasi impossibile non affezionarsi a Toxic. Com’è nato questo personaggio?

Mi trovavo a Berlino, in una camera d’albergo. Dieci minuti dopo ho avuto questa idea per un sicario della mafia croata. Non posso spiegarlo. E’ stata una sorta di miracolo. Forse la persona che ha dormito prima di me nella stanza era un mafioso da Zagabria.

Dal romanzo il suo paese ne esce malconcio. Sembra un paese immobile e provinciale.

Sì, scrivere questo libro ha rappresentato un grande sbocco per le mie frustrazioni nei riguardi del mio paese. Ma penso che critico l’Islanda in tutti i miei libri. E’ il lavoro dello scrittore quello di far emergere i difetti della società. Ma non siamo molto bravi a proporre soluzioni e non dovremo mai entrare in politica e diventare persone di potere. Gli scrittori sono tutti egocentrici e non dovrebbero mai diventare primo ministro.

Segue le vicende italiane? Come ci vedete dall’Islanda?

Sono stato molte volte in Italia, e devo dire che è uno dei miei paesi preferiti al mondo. Amo il paesaggio, il cibo, le persone e l’attitudine gioiosa e rilassata nei confronti della vita. C’è un qualcosa degli italiani  che mi ricorda gli islandesi: quando arriva il momento critico si riesce sempre a vedere le cose sotto una luce umoristica. Tuttavia  non penso che potrei vivere in Italia, ed educare i miei figli lì. Per me la società italiana sembra un po’stagnante e antiquata. E molto maschile. Avete ancora molta strada da fare per i diritti delle donne. Sentite che se le cose sono rimaste così per 2000 anni, occorrerebbero 2000 anni ancora per cambiarle. C’è mancanza di spontaneità e dinamismo. Ho sentito che quando i giovani trovano lavoro nel settore statale se lo mantengono come un salvagente fino alla pensione. Per me questo è un esempio di una società più morta che viva.

“Toxic” mi è sembrato un romanzo molto cinematografico. A chi affiderebbe la regia? E il ruolo principale?

Beh, molti critici affermano che sembra un film di Tarantino. Ma credo che ci pensa da solo alle proprie sceneggiature. Il personaggio principale dovrebbe essere europeo. Christoph Waltz o Mads Mikkelsen o anche un giovane croato totalmente sconosciuto.

Cosa ne pensa della riduzione cinematografica di 101? Lei ha anche collaborato alla sceneggiatura.

Il film mi è piaciuto, anche se è una versione leggera di un libro molto hardcore. Ed è stato fondamentale per commercializzare e tradurre il libro in mercati stranieri. Ho scritto solo la voce fuori campo. Il regista ha scritto la sceneggiatura per conto suo.

Hilnur aveva un rapporto di amore e odio con Reykjavík. Lei che rapporto ha?

Lo stesso.

E con le donne?

Ero praticamente come lui. Mi innamoravo sempre delle tipe sbagliate. Ho impiegato 50 anni per vedere finalmente la luce e trovare il vero amore.

Ha mai pensato di scrivere il seguito di “101 Reykjavík”? Che fine ha fatto Hilnur?

Di solito non mi piacciono i sequel. Preferisco fare cose nuove e non rimettere le mani su quelle vecchie. Ma non si può mai dire… Credo che Hilnur gestisca un oscuro noleggio di DVD in un piccolo garage al centro.

A quale dei sui libri è più affezionato? 

Il  mio preferito è Mr. Universe: una commedia fantascientifica su Dio. E’ fuori di testa. Mi sono divertito molto quando lo scrivevo. E’ stato un viaggio a ritroso di Dante. L’ho scritto all’isola d’Elba e a Roma nell’estate del 2002. Non è stato mai pubblicato all’estero. Hanno fatto una traduzione in italiano ma non hanno mai osato pubblicarla.

Sta lavorando a un nuovo romanzo?

Sì. E’ grande, parla di una signora che vive da sola in un garage di Reykjavik con un computer portatile e una vecchia granata tedesca della seconda guerra mondiale. Il titolo è “La donna a 1000°C”.

Consigli un film e un libro che ha visto e letto recentemente.

Mi è piaciuto abbastanza il film di Polanski, “Ghost Writer”. Di recente ho letto “L’erba canta” di Doris Lessing – molto forte. E la scorsa settimana ho visto una grande opera teatrale, “Enron”, di una giovane donna inglese, Lucy Prebble. Davvero ottimo.

 

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Le grandi interviste e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...