Giorgio Fontana intervista Giorgio Fontana

photo: JORGE BASSY

Da quanto tempo scrivi?

Da quando ho diciotto anni, ma il potere delle storie ha sempre avuto un enorme influsso su di me — fin da quando ero bambino e inventavo avventure con mio padre prima di addormentarmi. Credo che sia questo il seme essenziale della mia scrittura. La bellezza intima di una storia, di qualsiasi storia: l’idea che ci siano un inizio e una fine, la possibilità di redimere la frammentarietà della vita e donare ad essa un senso. Nel dettaglio, prima di pubblicare il primo romanzo — Buoni propositi per l’anno nuovo (Mondadori 2007) — ne ho buttati via cinque, oltre a diversi racconti e altra roba. Credo nel duro lavoro molto più che nel talento.

Come campi?

Al momento collaboro con alcune testate, e a breve gestirò una rivista di email marketing. Ma ho fatto molti lavori diversi, e di base ho sempre scritto nei weekend e la sera. Certo, mi piacerebbe molto dedicarmi unicamente alla scrittura — non solo alla narrativa, ovvio. Forse un giorno ce la farò. Forse no. Vedremo.

 So che hai vissuto all’estero. Sono state esperienze importanti?

 Fondamentali.

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 Il tuo autore di culto è Kafka, ma non sembra risuonare molto nel tuo stile.

 Kafka è qualcosa di più che un “autore di culto”. È il fratello maggiore che non ho avuto, la mia guida nel mondo della letteratura, un esempio di dedizione, dolore e verità verso la parola. Credo che il suo influsso nella mia scrittura sia in effetti quasi invisibile, ma allo stesso tempo fondamentale.

Altri autori su cui ti sei formato?

Una domanda che mi lascia sempre in difficoltà. Comunque: in primo luogo la grande narrativa nordamericana contemporanea (DeLillo e Malamud su tutti, direi), poi Proust, Rimbaud, Stig Dagerman, Joseph Roth, Jean-Claude Izzo. E decine di altri. E naturalmente alcuni dei miei filosofi di riferimento — Kant, Wittgenstein, ecc. Ah, e i fumetti. Un sacco di fumetti, da “Topolino” a “Dylan Dog” ai classiconi della Marvel.

Che squadra tieni?

photo: JORGE BASSY

L’Inter, da sempre.

La musica ha importanza nella tua scrittura?

Dipende. Sono un appassionato ascoltatore — amo molto la musica romantica e tardoromantica, il jazz dal 1946 al 1966 (per tagliare con l’accetta), il thrash metal, il post-punk, il grunge, Leonard Cohen, ecc. ecc. — ma dipende da quello che sto scrivendo. Novalis è un libro intriso di musica, ad esempio, ed è stato scritto ascoltando parecchia musica. Babele 56 l’esatto opposto. In ogni caso, sono molto affascinato dal ritmo e dalla melodia come concetti al di là della musica, nella loro applicazione diretta alla scrittura. Una frase senza respiro, senza musicalità, senza una scansione adeguata delle parole — una frase che non abbia coscienza delle proprie pause e del proprio andamento — non è una buona frase, secondo me.

Ritieni che la scrittura abbia un valore etico, o salvifico?

Credo che le storie abbiano un valore salvifico. Di bassisisma lega, se si vuole, e per nulla religioso — ma ce l’hanno. Quanto alla scrittura, credo sia davvero necessaria (in particolare nell’Italia contemporanea) una rieducazione all’etica dell’argomentazione. Evitare le fallacie, stabilire nessi concreti di causa ed effetto, limitare la retorica, imparare di nuovo ad amare il segreto meraviglioso della semantica. Come le cose corrispondono alle parole. Questo è un punto di partenza fondamentale, e non finisce certo nella pratica linguistica.

photo: JORGE BASSY

Tre scrittori della tua generazione (o giù di lì) che apprezzi particolarmente.

Marco Missiroli, Marco Mancassola, Pietro Grossi.

La citazione che meglio si adatta agli ultimi tempi?

Winston Churcill: “If you are going through hell, keep going”. Il coraggio si misura in questo. Affrontare l’inferno e tirare dritto.

Quali sono i tuoi progetti per il 2011?

I soliti: lavorare, scrivere, studiare, leggere. Ho in canna un altro romanzo e due saggi, oltre a diversi articoli che mi frullano in testa. Per il magazine “Terre di mezzo”, in particolare, curerò una serie di piccoli reportage sui quartieri ricchi di immigrazione di alcune città italiane. Ma la cosa più importante è un’altra, credo: ho appena fatto domanda per un PhD in Italian Studies alla McGill University di Montréal. Dovrei sapere verso marzo se sarò accettato con borsa — in tal caso, partirei per non tornare mia più. Spero davvero sia così.

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