Paolo Colagrande intervista Paolo Colagrande

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una frase a cui sei affezionato?

E’ di Piergiorgio Bellocchio: “Taci, il nemico non ti ascolta”. A volte la personalizzo, o forse la storpio:“Taci, neanche il nemico ti ascolta”. E’ una frase che disarma, e se detta a tempo può prevenire le imposture, gli imbrogli. “Limitare il disonore”, è un’altra sua frase straordinaria: dovremmo prenderci questo impegno tutte le mattine, appena alzati. Invece arriviamo a sera con un una quantità di disonore molto più alta della razione giornaliera tollerata.

Perchè scrivi?

É una domanda che non mi faccio mai, e cercare una risposta mi mette un po’ di ansia. La gente scrive, dice Kraus, perché non ha abbastanza carattere per non scrivere. Un frate del seicento, Abate J.A. Dinouart,  autore di un saggio intitolato “L’arte di tacere”, dice che scrivere e parlare sono movimenti scomposti del corpo. Ecco, ho sempre pensato, in generale, di non aver abbastanza carattere per non scrivere e di avere un controllo difettoso del corpo. E questa potrebbe essere una prima pista da seguire. Ma l’idea che che mi piace di più, non sapendo trovare una risposta esclusivamente mia, è quella, bellissima, di Luigi Malerba: ‘Scrivo per capire quello che penso’.

Ti ispiri a te stesso, alla tua vita, quando scrivi?

Pochissimo, nel senso che anche se scrivo quasi sempre in prima persona il protagonista non sono proprio io. Poi è inevitabile che in quello che scrivi ci siano tracce di te, delle persone che conosci, dei posti che conosci e del tuo modo di parlare. Ma non scrivo per parlare di me, perchè in fondo non c’è gran che di cui parlare, o che possa interessare. E non scrivo neanche per mettermi in scena, perchè ho poca autostima. Credo – non sono per niente sicuro però provo a crederci – che certi personaggi dei miei libri riflettano qualcosa che mi piacerebbe essere ma non sono: certi personaggi diventano personaggi ideali, anche se sono pieni di difetti di fabbrica.

Per esempio?

Neride Bisi, il nonno del protagonista di Fideg (Alet 2007) e Kammerspiel (Alet 2008). Neride Bisi viene solo citato tre o quattro volte, ed è già morto da un sacco di anni quando il nipote ne parla, quindi non è un vero e proprio personaggio. “Fideg, dice Neride Bisi, se è bastarda la memoria. Le cose si ricordano solo se fan molto male o molto ridere oppure quando sono legate insieme così strette che ne chiami una e te ne vien dietro una fila”: è l’incipit di Fìdeg. Dioblù, il protagonista del mio ultimo romanzo Dioblù (Rizzoli 2010), è un altro personaggio ideale: vive “in un tempo liquido e girevole”.

 Preferisci parlare o scrivere?

Ci sono cose, diciamo la maggior parte, molto difficili da spiegare a voce: allora le scrivo. In generale preferisco scrivere. Quando sono costretto a parlare di solito resto molto deluso di quello che dico, e, come ho spiegato prima, ho anche un difettoso controllo del corpo: passo dall’afasia alla logorrea. Nella logorrea naturalmente dò il peggio, ma me ne accorgo quando ho finito e ho incamerato un’overdose di disonore da aver vergogna a guardarmi allo specchio. La logorrea è l’esatto opposto della lezione di Kraus e Bellocchio. “Tra le disgrazie dell’umanità – diceva Neride Bisi – c’è che quando uno sente il bisogno irrefrenabile di dire una cosa intelligente, novantanove su cento poi la dice”. L’istinto a dir cose intelligenti, per far bella figura, è una specie di peccato originale, da cui deriva diciamo il 50% delle disgrazie dell’umanità. Taci che è meglio, bisognerebbe ripetersi ogni tanto, tenuto conto che neanche il nemico ti ascolta (ha di meglio da fare).

C’è un tuo testo a cui sei particolarmente affezionato?

Mi affeziono a tutto quello che scrivo. Poi ci sono cose di cui magari mi dimentico – testi brevi, racconti, articoli – e che ritrovo a distanza di tempo, con una certa soddisfazione. Sono molto affezionato ad un racconto lungo comparso su Panta (Bompiani) nel 2006, intitolato “Il castello del siluriforme subito a sinistra appena fuori la stazione dei treni”, una rivisitazione della favola “Il pesciolino d’oro” dei fratelli Grimm.

Che cosa ha condizionato di più la tua scrittura?

Credo la nascita dei miei figli, Alessandro di otto anni e Silvia di cinque, ma non so spiegare bene come nè perchè. Credo perchè i figli ti fanno riflettere di più su te stesso e sul tuo modo di vedere il mondo: diventi più attento, e verso te stesso diventi molto critico. Certe cose che credevi importanti non le vedi neanche più. E ti confronti con la tua costituzionale piccolezza, con le tue forze modestissime. Ah ecco un’altra frase cui sono molto affezionato: “l’uomo è una potenza dinamica molto piccola”: è scritta su “Manuale dell’agronomo”, nel capitolo: “forza motrice”. E’ un libro del 1930 che ho trovato a casa dei miei genitori.

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