Ernesto Aloia intervista Ernesto Aloia

Come nasce lo scrittore Ernesto Aloia? Quali sono le tue letture fondamentali, quelle che ti hanno fatto venire voglia di scrivere?

Potrà sembrare strano, ma sono quasi tutti poeti. Rimbaud in primo luogo, che ho letto e riletto per anni, con una certa ossessività (ancora oggi, vent’anni dopo, posso dire di sapere a memoria buona parte della sua opera). E poi Dante, Leopardi, Baudelaire, la poesia italiana fino alla metà del Novecento. Leggevo quasi esclusivamente poesia. E ne scrivevo pure, con moltissima presunzione. Però, quando poi ho cominciato a scrivere sul serio, ho scritto un racconto.

Ti ha aiutato il tuo background di letture poetiche?

Sì e no. Mi ha aiutato a concepire la scrittura come travaglio formale, come rifiuto della “prima soluzione” (la “prima cosa che ti viene in mente” è quasi sempre quella sbagliata), e anche a pensare alla lingua letteraria come a un insieme di stratificazioni storiche di cui lo scrittore dovrebbe essere ben consapevole, altrimenti si corre il rischio di partorire quella lingua plasticosa e ridicola che troviamo in qualche bestseller italiano contemporaneo. Di recente mi è capitato di incappare, in un romanzo italiano, nella parola “strizzacervelli”. Ma quale italiano, parlando o scrivendo, l’ha mai usata? Si tratta evidentemente di “traduttorese”. D’altra parte, scrivere narrativa significa anche andare oltre la parola in sé, farne il mezzo per raccontare una storia. La trama, i personaggi, sono fondamentali. E in questo caso l’essermi formato in primo luogo più sulla poesia, e solo successivamente sulla narrativa, mi ha un po’ rallentato come costruttore di storie. Ma poi ho scritto tanti racconti, e credo di avere recuperato.

E poi i romanzi…

Sì, gradualmente il mio desiderio di raccontare si è fatto sempre più ambizioso, e mi sono accorto che i miei racconti diventavano sempre più lunghi e polifonici. I personaggi chiedevano più spazio e più tempo. Mi sono reso conto (dopo) che alcuni racconti erano dei potenziali romanzi e mi sono detto: perché rinunciare a sviluppare questa vicenda, o quel personaggio? Su alcuni racconti ho persino dei rimpianti.

Qual è il libro su cui hai sgobbato di più?

Il primo, la raccolta “Chi si ricorda di Peter Szoke?”. Sono cinque racconti molto diversi tra loro. Stavo ancora sondando diverse possibilità divergenti, diverse scritture, e riconosco rileggendolo ora che avevano ragione quei recensori che sottolineavano come fossi ancora in cerca di una mia voce unica e personale.

E quello che hai scritto con maggiore facilità?

Direi “Sacra Fame dell’Oro”, proprio perché a quel punto avevo già trovato la mia voce e non mi restava che usarla per raccontare le storie che, in quel momento, mi premeva raccontare. Rispetto al primo libro, il secondo mi  nacque con grande scioltezza e naturalezza. Mi immergevo letteralmente nelle storie, nei personaggi. Mi è capitato persino di sognarmeli la notte. Ogni tanto ci ripenso con un po’ di nostalgia, perché non sono cose che mi capitano tanto spesso. Io, a scrivere, di solito fatico. In fondo penso che sia giusto così. Lo scrittore deve faticare perché poi non debba faticare il lettore.

Tre scrittori italiani del Novecento, tre italiani contemporanei e tre stranieri… hai dieci secondi per pensarci.

Nel Novecento, Bassani, Fenoglio, Soldati. I primi due, grandi asceti della ricerca formale, capaci di limare un racconto per anni. Al terzo, invece, pareva venisse tutto facile, ma forse è un’illusione. Tra i miei contemporanei (e quasi coetanei)  seguo con piacere e interesse Eraldo Affinati, Dario Voltolini, Enrico Remmert. Tra gli stranieri, direi soprattutto Franzen, McCarthy, DeLillo.

Hai tenuto dei corsi di scrittura creativa. Ritieni davvero che possa essere utile o l’hai fatto per i soldi?

Per i soldi, naturalmente. A parte gli scherzi, i corsi di scrittura creativa possono farti risparmiare un sacco di tempo insegnandoti a leggere i romanzi guardando dietro le quinte, ai meccanismi che determinano la loro ricchezza comunicativa, la loro capacità di attirare il lettore dentro la storia. Sono cose che se sei davvero interessato a scrivere scopriresti comunque prima o poi, ma con maggiore impiego di tempo e fatica (come è toccato fare a me e come fino all’inizio degli anni Novanta in Italia facevano tutti). I corsi possono anche insegnarti a fare un uso più razionale del tuo talento, a organizzarti il lavoro e soprattutto a toglierti dalla testa l’idea che bisogna aspettare l’ispirazione. Scrivere narrativa è un lavoro creativo, ma è un lavoro. Ci sono resistenze da vincere, blocchi da rimuovere.

Che mi dici dell’ansia da prestazione davanti alla pagina bianca?

Il fatto è che quando scrivi narrativa sei solo, completamente solo. Non c’è nessuno al mondo che possa farlo al posto tuo. Tu guardi il foglio bianco, il foglio bianco guarda te. Non puoi chiamare al telefono il tuo migliore amico perché ti dia una mano. E’ una sfida, un duello. Ogni scrittore ha i suoi trucchi, e alcuni possono essere veramente molto bassi. Io, una volta, per sbloccarmi mi sono messo a scrivere in forma di narrativa, e a modificare, delle scene tratte dei film preferiti. Ecco, guardate a che a punto si può arrivare…

Note: A fine gennaio uscirà il suo romanzo, “Paesaggio con incendio” edito da Minimum Fax.

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