Federica Fracassi intervista Federica Fracassi

Da 1 a 10 quanto ti agita doverti autointervistare?

Più o meno 113 al cubo. Ho passato le ultime giornate a pensare a domande intelligenti da farmi e mi sono proiettata più volte nel futuro pensando allo scoramento che avrò quando scoprirò di essermi chiesta le cose più imbecilli. In realtà io amo farmi intervistare, vorrei essere una diva di Hollywood solo per poter rispondere ogni giorno alle domande più assurde. Mi piace la curiosità della gente. A volte le domande degli altri ti spiazzano a tal punto da portarti a riflettere su aspetti della tua vita che non avevi considerato. La domanda è uno zoom, mette a fuoco.

Come faccio dunque a spiazzarmi da sola?

Impossibile tanto vale cominciare dai fondamentali.

Fai l’attrice in teatro da molti anni ormai. Hai cominciato a studiare a 19 anni e prima danza classica e tante letture. Ci parli del perché di questa scelta?Ho scelto questa strada senza sapere affatto a cosa sarei andata incontro, visto che non era abitudine della mia famiglia quella di andare a teatro. Ero molto colpita dalle poche esperienze simili al teatro che mi erano capitate da bambina come recitare nei saggi scolastici, stare sul palco per gli spettacoli di danza fatti al paese (sono nata e cresciuta a Cornaredo in provincia di Milano), vedere due o tre volte uno spettacolo dal vivo in gita scolastica. In quelle occasioni mi aveva sconvolto il rapporto con il pubblico e con lo spazio teatrale: il tempo presente veniva condiviso tra attori e spettatori secondo parametri differenti da quelli della vita normale, parametri che, anche se eccentrici, non sembravano meno reali. C’era un patto sotteso che affidava dei ruoli precisi alle persone coinvolte, un linguaggio diverso da decifrare con attenzione, fatto di immagini, simboli, allusioni. Mi si spalancava davanti una nuova realtà che preferivo alla quotidianità, perché più imprevedibile, affascinante e misteriosa. Una realtà in cui l’attore aveva il grande potere di condurre in un viaggio il suo pubblico, di emozionarlo e di farlo pensare. Un altro motore della scelta, di sicuro più frivolo, è stato il sogno infantile di poter incarnare un giorno il destino delle dive, delle grandi attrici. Begli abiti sempre diversi, grandi passioni, grande intelligenza. Certo penso a delle donne che hanno saputo usare al massimo della femminilità e dell’eleganza sia il loro corpo che il loro cervello. Con questi ingredienti confusi ed esplosivi mi sono ritrovata a 18 anni, appassionata di letteratura, di filosofia e di palcoscenico e totalmente priva di esperienza, a pensare che il teatro avrebbe messo insieme magicamente tutti i miei desideri. Credo che questa spinta interiore abbia convinto i docenti della Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi quando mi sono presentata al provino, non certo la mia preparazione. Mi affacciavo a un nuovo mondo e questo nuovo mondo mi si è spalancato sotto i piedi travolgendomi totalmente nel bene e nel male.


C’è uno spettacolo teatrale che ti ha cambiato la vita?

Negli anni di studio ero onnivora. Proprio a partire dalla mia ignoranza sentivo di dover mangiare il più possibile, nutrirmi di teatri differenti uno dall’altro per poi riuscire un giorno a formare un mio gusto. Mi dà ai nervi vedere che chi si affaccia al teatro oggi spesso percorre da spettatore una sola strada, la più sicura; studenti di teatro che frequentano un teatro solo o guardano spettacoli sicuri di cui tutti i giornali hanno già parlato. Quello certo è importante, ma anche il piacere della scoperta. Bisogna rischiare di buttare via le serate, di incontrare il fallimento, la noia, la rabbia, la diversità totale da sè per confrontarsi con le poetiche più distanti, per trovarsi in sala in due o tre ad applaudire artisti che stanno piantando semi fondamentali e che un giorno fioriranno. Bisogna essere parte attiva del cammino artistico. Come diceva Carmelo Bene bisogna sapere tutto anche per poter dimenticare e contestare, per poter tracciare una via differente. Per anni sono stata molto vicina alla ricerca, se così vogliamo chiamarla, al teatro contemporaneo elaborato da compagnie affini alla mia (nel frattempo avevo cominciato a lavorare con Renzo Martinelli ancora oggi con me direttore artistico di Teatro i a Milano). Per età soprattutto guardavo ai miei simili, i cosiddetti Teatri ‘90. Quando si è giovani si tende al bianco o al nero, poi subentrano le sfumare. In quegli anni o era ricerca o era niente. Motus, Teatrino Clandestino, Fanny& Alexander, Accademia degli Artefatti, Teatro del Lemming, Masque Teatro, gruppi che ancora oggi fanno parlare di sé e che stanno facendo un cammino importante. Parallelamente conoscevo i maestri: Carmelo Bene su tutti con cui ho partecipato a un indimenticabile seminario su “La figlia di Iorio” di D’Annunzio; Bob Wilson e i suoi spazi siderali in cui si stagliava spesso una mirabile Isabelle Huppert; Peter Brook e la sua poesia fatta di essenzialità. Incontravo i fratelli maggiori e loro erano davvero tanti e vari, erano il teatro italiano. Ricordo “Rasoi” dei Teatri Uniti come uno degli spettacoli di più forte emozione; il “Finale di partita” di Carlo Cecchi; i lavori aerei di Giorgio Barberio Corsetti; il caos estetico che aveva provocato in me la visione dell’”Amleto” della Societas Raffaello Sanzio; la poesia di Mariangela Gualtieri e del Teatro Valdoca, così forte da non farmi dormire la notte. Con loro ho lavorato come assistente alla regia in “Ossicine” e “Fuoco centrale” e ancora oggi ci sono persone che mi fermano a parlare di quanto quelle visioni li abbiano colpiti ed emozionati; i lavori del Teatro dell’Elfo, la compagnia di riferimento nella mia città, con la sublime Ida Marinelli ne “Le amare lacrime di Petra von Kant” da R.W.Fassbinder. Le maratone di Luca Ronconi che costringevano a un tempo diverso e a un diverso pensiero. A poco a poco mi sono avvicinata al classico pensando che sia giusto cercare quella misura anche nella contemporaneità, per poter parlare di oggi, ma con una sapienza che scavalca il tempo. Obiettivo quasi impossibile, ma ottimo da tenere in mente come mira. E’ indicativo anche che io riesca a pensare a pochi titoli. Ogni spettacolo fa parte del percorso di un artista ed è bene tracciare una via fatta di tutti questi tasselli. Non tanto eventi, quanto percorso, un altro concetto difficile da far passare oggi. Su tutti i percorsi forse due nomi. Robert Lepage è un genio e ogni esperienza fatta nel suo teatro un viaggio indimenticabile. Così come lo era Thierry Salmon, lui sì, lui che non c’è più, mi ha marchiato a fuoco con più di uno spettacolo. E mi manca ancora oggi. Manca al teatro e alla vita.

Nel tuo percorso artistico vedi un filo conduttore?

Ho lavorato molti anni solo diretta da Renzo Martinelli (che non è il regista cinematografico) all’interno della nostra compagnia. Negli ultimi tempi invece sento la necessità di affiancare a questo mio lavoro un confronto con altri registi che stimo. Con Valerio Binasco ho lavorato a un magnifico “Un giorno d’estate” di Jon Fosse e sono in turnèe con il monologo “Corsia degli incurabili” di Patrizia Valduga, diretto da Valter Malosti. Parallelamente sono appena tornata in scena con “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese”, dal testo di Aldo Nove sul precariato. C’è nel mio percorso di attrice un tema ricorrente che è quello del corpo femminile e del suo scontro con barriere di ogni tipo, con gabbie, con prigioni sia concrete che metafisiche. E poi però anche tanta curiosità e libertà. Credo che un’attrice, anche un po’ autrice come me, debba essere attenta alle scelte, ma anche molto aperta all’incontro con stili, testi e poetiche diverse. In quel modo cresce la sua tavolozza di colori, acquista nuove sfumature. Quello di attrice è diverso dal lavoro registico che porta un suo segno nel mondo molto definito. Sono talmente aperta che negli ultimi mesi mi sono data al Burlesque e al varietà. Lunedì ho fatto uno spogliarello scherzoso per raccogliere fondi a sostegno di Teatro i. Una serata di puro divertimento.

Se oggi potessi tornare indietro rifaresti la stessa strada?

Non so, perché io sono curiosa per natura, una esaltata del segno dei Gemelli come dice il mio fidanzato, e quindi mi sembra che il mondo offra tante cose belle, spesso fatico a disegnare una gerarchia e quindi mi piacerebbe fare tutto, provare tutto. Però è indubbio: non mi sono pentita della mia scelta, il teatro mi permette a suo modo di vivere tante vite, di cambiare, di conoscere persone e personaggi molto diversi da me con cui scambiare esperienze profonde. Il teatro offre possibilità che la nostra società tende a soffocare e quindi è una fortuna viverci dentro e impugnare le armi della politica, dell’arte in totale autonomia. Oggi nel nostro paese, dove la politica è in totale decadenza, la cultura è considerata solo un costo, un di più e resistere facendo cultura è un atto politico di grandissimo valore. Così come lo sono tutti quei piccoli atti che molte persone compiono nella loro quotidianità per poter cambiare un po’ il futuro dei loro figli. Sì, rifarei la stessa scelta, a parte un anno sabbatico che mi prenderei dopo la maturità per viaggiare per il mondo senza problemi. Questo mi permetterebbe di fare teatro in un altro paese forse, chissà.

Cos’è il pubblico mentre sei in scena?Il mio amante, qualcuno che conosco poco, ma che mi dà adrenalina e un’energia furiosa simile all’innamoramento. Il mio pubblico mi affascina e io cerco di affascinarlo a mia volta, di vivere con lui un momento unico in cui tutti i sensi siano all’erta. Senza spaventarlo troppo s’intende.

Cosa ti fa più paura?

Sono innamorata dello spavento e quindi nella paura tendo a starci, a battagliare e a sconfiggerla. Tendo a provare esperienze molto distanti da me che mi terrorizzano. Fisicamente mi ha fatto paura scalare una scultura di Arnaldo Pomodoro “Cono tronco” a mani nude nel melologo “Parla Persefone”. Ma adesso la ricordo come una delle esperienze più belle ed emozionanti della mia vita. Mi fa paura non essere abbastanza brava, non riuscire a lasciare un segno importante, qualcosa di significativo, mi fa tanta paura pensare di poter avere dei rimpianti. Credo che sia un sentimento della nostra generazione precaria che arrivata ai 40 anni si sente di dover continuare a investire, a dimostrare e che il momento della raccolta arriverà troppo tardi. Per questo riempio il mio tempo il più possibile di tutto. Per potermi dire che più di così non potevo fare. Ma non vale comunque e vivo in uno stato di perenne ansia positiva.

Esiste oggi una comunità rappresentata dal teatro?

Esistono tante comunità così come tanti teatri. Questa è la potenzialità più grande del teatro, la sua differenza rispetto al pensiero unico televisivo. Lavorare in concreto sulle differenze. Preservarle. Metterle in dialogo.

A quale animale assomigli?

Anche se non è nella domanda i miei animali preferiti sono l’elefante e il pinguino. A quale assomiglio? A volte per il colore fulvo dei miei capelli e per la mia stazza mi sento marmotta, ma come attitudine sono di sicuro più scoiattolo. Sempre in attività e al lavoro salvo poi qualche scomparsa per improvvisi attacchi di timidezza.

Sei la prima donna nelle autointerviste lo sai?

Sì l’ho notato subito e ne sono fiera. Spero di essere la prima di una lunga schiera, noi donne abbiamo molto da dire. Come le dive: femminilità, corpo e cervello!

Buon natale e buon anno!

Anche a voi, che il 2011 sia pieno di luce.

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2 risposte a Federica Fracassi intervista Federica Fracassi

  1. massimo lanzetta ha detto:

    Complimenti. è un auto intervista che mi ha toccato per la sua semplicità. Presto ci conosceremo a Matera. In bocca al lupo. E grazie.

    Massimo Lanzetta

  2. Pingback: Discorso sopra Corsia degli incurabili. – La Nottola di Minerva

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