Ritratti: Alessandra Amitrano

Ritratto di un Samurai
di  Gianluca Merola

 

Comprai Broken Barbie per caso. Per via della copertina, più esattamente, per via delle faccia che ha la ragazzina in copertina: labbra secche, occhiaie profonde, capelli sporchi, ossa sporgenti. In cima, poco sopra la foto, un nome che non avevo mai sentito prima: Alessandra Amitrano.
Porto a casa il romanzo e lo leggo tutto di un fiato, così come avevo fatto da adolescente con i libri di Bukowski e di Fante. Solo che BB, come Alessandra lo chiama affettuosamente, l’ho letto a trent’anni. Il giorno seguente cerco l’indirizzo di posta di  Alessandra, lo trovo, ma prima di scriverle ci penso un po’ di volte. Poi lo faccio: le lascio solo poche righe, più che altro per evitare di essere fastidioso. Alessandra mi risponde con gentilezza, mi dice che intanto ha pubblicato altre cose: Mary e Joe, per esempio. Lo compro subito, perché quando mi viene la fissa per un autore, mi prende così: voglio sempre leggere tutto quello che ha scritto. Nessuna foto in copertina, questa volta c’è un’illustrazione. Al romanzo ha lavorato anche l’illustratore romano Luca Buoncristiano che ha prestato il suo personaggio nichilista e delirante, dal nome emblematico di Joe Rotto, per una storia che si intreccia con quella di Alessandra.
La scrittura è diversa rispetto a quella di BB, è più scarna e essenziale. La cosa che mi colpisce di più è la capacità di sintesi con la quale Alessandra riesce risolvere concetti pericolosi con pochissime parole: 
“Mamma pecche cadono le pigne?”. 
“Amore cadono perché la vita fa schifo”.
Ecco, mi dico, se fossi uno scrittore vorrei scrivere così.
La nostra corrispondenza continua e io scopro un po’ per volta, che dietro quelle parole c’è una donna di immensa sensibilità umana e artistica. Mi chiede se ho letto il suo racconto “Il padre di niente”. Le rispondo di no, che non l’ho letto mica. Esco a comprare Padre, l’antologia di cui fa parte questo suo lavoro. Leggo il suo racconto e quando lo finisco succede che piango. Erano anni che non lo facevo, erano anni che nessuno toccava certe corde. Forse nessun romanzo o racconto mi aveva mai fatto piangere prima, in vita mia. C’è una parola che Alessandra utilizza spesso durante le nostre conversazioni: spessore. Padre di niente è la sintesi perfetta tra pancia, stile e tecnica. Trasuda spessore. 
Raccolgo il coraggio a quattro mani e le chiedo se ha voglia di leggere qualcosa di mio. Da un po’ di tempo ho un prurito al sangue che mi spinge a scrivere. Per ricordare, per capire, per rispondere a domande spesso formulate senza punto interrogativo, perché è come se non potessi fare a meno di farlo. Me lo insegna Alessandra che scrivere è un bisogno primario che appartiene all’umanità da sempre, al pari di mangiare, bere, dormire.
È una donna gentile e onesta, ma che sa essere dura; una di quelle che non te la manda a dire. Un po’ mi incoraggia, un po’ mi distrugge. Di sicuro mi insegna l’ABC. Mi insegna cos’è una cartella editoriale, come si imposta un’interlinea, mi dice di smettere di usare il carattere Times New Roman 14, ché 12 va più che bene, che violentemente e palesemente sono il suicidio della letteratura. Poi mi fa una domanda di cui lì per lì non colgo appieno il senso: ma tu un progetto ce l’hai?, questo mi chiede. No, io un progetto non ce l’ho. Le rispondo -girando intorno alla questione- con qualcosa che ha a che fare con la sensibilità. Finiamo ad annusarci e a mostrarci i denti come fanno i cani, fino a che non viene fuori una parola magica: verità.    
In quel momento realizzo quale sia l’elemento che rende la scrittura di Alessandra così intensa. Sì, perché se non esiste una verità universale da predicare in giro, c’è una verità più piccola e intima che ogni scrittore dovrebbe rincorrere. Una, mille verità che ci riguardano dal di dentro, tutti. Ed è questo il comune denominatore di tutti gli scritti di Alessandra: la ricerca di una verità piccola e dolorosa, che si svela nei gesti e nelle storie dei suoi personaggi. Una ricerca che diventa discriminante tra gli scrittori fru-fru e quelli veri
L’ultimo racconto che ha pubblicato è quello che apre  l’antologia Trema la terra. Il racconto si intitola “Come hai passato il fine settimana”. Finisce a pagina quindici, centoventiquattro pagine dopo, comincia il mio. 
Un giorno le scrissi una mail per ringraziarla per tutto il tempo che mi aveva dedicato; lei mi rispose che aiutare qualcuno -anche se non lo si conosce, solo perché in qualche modo lo si sente– è roba da Samurai.
Adesso, tutte le volte che le scrivo, la saluto chiudendo con ciao Samurai.
Poi schiaccio Invio.

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6 risposte a Ritratti: Alessandra Amitrano

  1. Alessandra ha detto:

    Grazie, Gianluca.
    Aspettiamo il tuo romanzo, che non sara’ per niente fru-fru.
    Alessandra

  2. clemente tecchia ha detto:

    bel ritratto. sa di piccola devozione e questo lo fa salire di una spanna ancora. nè troppa consuetudine nè troppa estraneità. spaccato giusto nel mezzo della tua, della sua piccola verità.

  3. Alessandra ha detto:

    Un’altra cosa avrei dovuto dirti: sei uno che scrive perche’ non puo’ farne a meno, non perche’ lo voglia. E questa e’ una cosa preziosa

    • Alessandra ha detto:

      invece te l’avevo detto, anzi l’hai detto anche tu nel pezzo. ma io, lo sai, vivo un po’ dentro un po’ fuori dal pianeta dei fulmini

  4. Pingback: “Ritratto di un Samurai” # Brown Bunny Magazine « bagnatidiluce

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