Matteo B. Bianchi intervista Matteo B. Bianchi.

A che età hai cominciato a scrivere?

Da bambino. Ricordo che fin da piccolo prendevo dei quaderni, inventavo un titolo e disegnavo la copertina, come se si trattasse di un romanzo. Poi non ero in grado di scriverne che due o tre pagine, però evidentemente l’istinto era già presente allora. Alle medie ho scritto una serie di raccontini su modello dei Gialli dei Ragazzi Mondadori, la mia lettura preferita dell’epoca. Poi al liceo ho smesso, ho avuto un vero e proprio periodo di latenza. Con l’inizio dell’università l’impulso a scrivere è tornato fuori in maniera preponderante e lì ho cominciato a farlo seriamente.

Ci sono delle letture che sono state decisive nello spingerti verso la scrittura?

Il minimalismo americano è stata una folgorazione. Non potrei definirla altrimenti. Ho scoperto Jay McInerney, Bret Easton Ellis, Amy Hempel durante i primi anni dell’università e mi sembravano sconvolgenti. Leggevo “Meno di zero” nei chiostri della facoltà e capivo che mi entusiasmava più di qualsiasi testo universitario. La vera fulminazione fu “Ballo di famiglia” di David Leavitt. Quando sono arrivato alla fine dell’ultimo racconto ho pensato: “Questo è quello che voglio fare nella vita”. Giuro che l’ho proprio pensato in questi termini naif: ho riconosciuto la vocazione, diciamo, e ho sentito il bisogno di esprimerla a parole. Avevo capito che avrei voluto diventare uno scrittore, non importava come e quando: avrei perseguito quell’obiettivo.

Solo riferimenti stranieri?

No, anche la scoperta di Tondelli è stata fondamentale. Ma ci tengo a dire non solo Tondelli autore, direi soprattutto il Tondelli operatore culturale: le sue rubriche su Rockstar e Linus, il progetto degli Under 25, erano tutte cose che seguivo e che mi spingevano ad andare avanti. Grazie agli Under 25 avevo scoperto le edizioni Transeuropa e ho acquistato praticamente tutto il loro catalogo (Silvia Ballestra, Pino Cacucci, Gilberto Severini…). Credo che il mio sogno maggiore in quell’epoca fosse poter esordire con Transeuropa. Mi sembrava l’editore migliore d’Italia. E probabilmente lo era.   

Riesci a vivere di scrittura?

No. In pochi in Italia riescono. Però ho la fortuna di potermi mantenere facendo lavori legati alla scrittura: prima come autore radiofonico, ora televisivo, e poi qualche collaborazione coi giornali, col cinema…

Perché passa così tanto tempo tra un tuo romanzo e un altro?

Perché sono lento a scrivere e perché devo lavorare per mantenermi, quindi il tempo che posso dedicare alla narrativa è limitato. Ma anche perché non riesco materialmente a concentrarmi su un singolo progetto e a portarlo avanti, devo impegnarmi su più fronti. Ho una soglia dell’attenzione molto bassa e ho la necessità di variare di continuo. Mi rendo conto che questo è esattamente il contrario di quello che fa uno scrittore di solito, ma non posso farci nulla. Anche adesso sto lavorando al nuovo romanzo, a una sceneggiatura, a una serie di racconti. Passo da uno all’altro a seconda dei giorni e dell’ispirazione. E’ un metodo che non consiglierei a nessuno, ma è il solo che funzioni per me.

E’ vero che eri terrorizzato all’uscita del tuo ultimo romanzo “Apocalisse a domicilio”?

Sì, non mi è mai accaduta prima una cosa del genere. Ero convinto che i lettori  l’avrebbero odiato, che pubblicare quel libro equivalesse a un errore madornale. Sono stato più volte sul punto di cancellare tutto, di buttarlo via. Una volta l’ho persino annunciato al mio agente. Mai avuto un rapporto tanto conflittuale con un libro, anche mentre lo stavo scrivendo.

Perché?

Perché parla di un tema delicato come la morte, perché il protagonista è un personaggio un po’ estremista, con tratti di antipatia anche forti, perché stavo rinunciando all’ironia che utilizzo di solito… In sintesi, avevo l’impressione di scrivere un testo troppo diverso dalle cose che avevo scritto fino a quel momento, quindi che forse mi stavo addentrando in territori che non mi appartenevano e che i lettori non avrebbero riconosciuto.

Poi come è andata?

Benissimo. E’ un libro che mi sta dando enormi soddisfazioni, erano anni che non ricevevo tanto entusiasmo dai lettori, e anche dai colleghi scrittori. Ammetto che mi ha quasi sbalordito.

 Cos’è ‘tina? E perché la fai?

‘tina è la mia personale rivista di narrativa. La faccio perché mi piace poter aiutare chi sta cercando di muovere i primi passi nel mondo dell’editoria o anche per diffondere testi inediti di autori che apprezzo particolarmente. E in generale perché sono sempre stato un fanatico di fanzine ed editoria indipendente, quindi è il mio modo per sfogare questa passione.

C’è qualcosa che ti infastidisce nel tuo ruolo di scrittore?

Certi commenti che leggo sui blog. Certe cattiverie gratuite, a volte del tutto inventate. Metto in conto che fare lo scrittore significa per alcuni versi anche essere un personaggio vagamente pubblico, però faccio fatica ad abituarmi agli attacchi indiscriminati. Sul mio conto ho letto episodi mai accaduti riportati come reali, citazioni non mie che mi venivano attribuite falsamente o commenti violenti tipo “Gli spaccherei il cranio con una scure”. So bene che sono esagerazioni che uno si permette di fare anonimamente in Rete e nella vita reale probabilmente non esprimerebbe il suo dissenso con altrettanta veemenza, però fa comunque impressione leggerle accostate al proprio nome. Soprattutto non riesco ad abituarmi alla codardia di chi scrive queste cose protetto dall’anonimato.

Qual è il consiglio che daresti a chi vuole diventare scrittore?

In generale, di leggere tanto e di essere curiosi: è fondamentale crearsi un proprio gusto andando magari a scoprire quei libri o quegli editori di cui non si parla quasi mai. A volte si hanno delle vere e proprie rivelazioni spulciando tra gli scaffali che ospitano piccole e marginali case editrici. E mi sembra ovviamente importante che un aspirante esordiente legga i libri degli esordienti appena pubblicati: è un modo per confrontarsi ad armi pari, per capire come e cosa scrivono i suoi coetanei. 
Ma il consiglio principale è questo: soprattutto all’inizio non serve trovare un editore che ti pubblichi, ma dei lettori che ti leggano. Fare leggere in giro le proprie cose (ad amici, familiari, vecchi professori del liceo o perfetti sconosciuti) è il modo più immediato per mettere alla prova le proprie capacità. I giudizi di chi ci legge sono il segreto per scoprire quali sono i nostri errori, cosa non funziona nelle nostre storie, cosa si più modificare e migliorare. Non aspirare subito a Mondadori: aspira al tuo vicino di casa o di banco, e confrontati da subito con un lettore reale.  

Quali sono le tue prossime uscite?

A fine marzo pubblicherò un libretto per Terre di mezzo intitolato “Sotto anestesia – Furibonde avventure new-wave di provincia”, un racconto autobiografico sulla mia esperienza di fanzinaro ai tempi dell’università. A maggio uscirà una mia intervista immaginaria a Andy Warhol in un’antologia di Einaudi e un altro piccolo libretto per la casa editrice :duepunti di Palermo, nella loro collana Zoo, dedicata a testi con protagonisti animali. Mi aspetta una primavera vivace.

 

www.matteobblog.blogspot.com
www.matteobb.com/tina

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