MAMA TANDOORI di Ernest van der Kwast

                                                                     MAMA TANDOORI 
                                                                    di Ernest van der Kwast

(L’incipit di Mama Tandoori, il nuovo romanzo di Ernest van der Kwast. Da domani in libreria. Isbn edizioni, 280 pagine| 16,90 EURO)


Tutto cominciò con due valigie. Mia madre arrivò in Olanda nel 1969 con due valigie piene di bracciali, collane e orecchini. Affittò una stanza in una casa di riposo, dove iniziò a lavorare come infermiera. Nascose le valigie sotto il letto, secondo gli indiani il posto più adatto per custodire oggetti di valore. Una volta mia madre mi confidò: «I ladri non guardano mai sotto il letto». Mio padre mi sussurrò all’orecchio: «In India quasi nessuno ha un letto». Per anni le valigie rimasero sotto il letto di mia madre. Finché un giorno mio padre, un uomo goffo con le orecchie a sventola, il tipico olandese, si innamorò di quella donna esotica che vedeva in mia madre. Non so esattamente come andarono i fatti, e in realtà neanche lo voglio sapere. Ad ogni modo: a un certo punto le due valigie furono trasferite in un piccolo appartamento sulla Bloemstraat e finirono sotto un letto matrimoniale. Mio padre studiava medicina, tutto il giorno immerso in una pila di libri da cui spuntavano solo le orecchie a sventola. Mia madre faceva l’infermiera e portava a casa la pagnotta, o nel suo caso il naan. Una volta mi confidò: «Tuo padre era povero come un ratto di Delhi». Mio padre mi sussurrò all’orecchio: «Magari fossi stato un ratto di Delhi». L’appartamento sulla Bloemstraat era rumoroso, sbilenco e puzzava più delle ascelle di mio padre. Stando alla versione di mia madre, almeno. Ormai non c’è più modo di appurarlo. Le case della Bloemstraat sono state demolite; dove una volta abitavano i miei, oggi sorge un palazzone enorme. Il tempo è un mostro che tutto fagocita, onnivoro e insaziabile. La puzza delle ascelle di mio padre, però, non l’ha risucchiata, quella sembra indelebile. A sentire mia madre dipende dal lavoro che fa: è un anatomopatologo. «Cos’è questo odore?» chiedeva spesso mia madre a tavola.«Mmm…» rispondeva mio padre. «Il pollo tandoori.» «Questa è puzza di cadavere! Il tanfo dei morti rovina il mio cibo.»
Mio padre, avvicinando il naso al piatto: «Squisito!» esclamava, «pollo tandoori».
«Sono le tue ascelle» gridava allora mia madre. «Il tanfo dei cadaveri ti si appiccica alle ascelle! Devi tenere le braccia attaccate al busto!»
Quando ripenso al passato, mi torna alla mente l’immagine di mio padre, seduto a capotavola, con le braccia premute a forza contro il busto e le posate che gli ciondolano goffamente dalle mani.
Da ragazzo non sono mai andato a trovarlo al lavoro per paura di beccarlo con le braccia affondate fino alle ascelle in un cadavere.
L’appartamento rumoroso, sbilenco e maleodorante sulla Bloemstraat non era un posto in cui poter restare a lungo. I miei si misero ben presto alla ricerca di una nuova sistemazione. Fu mia madre a trovarla, sulla Jericholaan, in un elegante quartiere di Rotterdam chiamato Kralingen. Al civico 81 c’era un palazzina signorile di tre piani, con un ampio giardino e un inquilino in affitto, il signor Gerritsen, che non ho mai avuto il piacere di conoscere. Quando sono nato io, era già scappato di casa urlando terrorizzato: «Quella lì è il diavolo! Quella lì è il diavolo!».
La casa sulla Jericholaan costava un occhio della testa, ma mia madre riuscì a trattare sul prezzo richiesto come trattava sempre su tutto: vestiti, mobili, biancheria, petti di pollo. Contrattare per lei era un hobby, anzi, più precisamente uno sport. Ho trascorso metà della mia infanzia nei negozi e nei grandi magazzini in attesa che il negoziante si decidesse a concederle un piccolo sconto. Mi ricordo una volta che eravamo in un negozio di letti, e mia madre disse al commesso: «A questo prezzo in India ci compri cento letti a castello». Non mi passò neppure per la testa di dire che in India i letti a castello non esistevano. Mi comportai come mi era stato ordinato: rimasi sdraiato su un materasso e non mi alzai fino al segnale di mia madre. 
Erano le quattro e mezzo del pomeriggio, dal nostro ingresso nel negozio erano passate sei ore. Sembrava che il commesso avesse alle spalle dodici round di boxe. Mia madre esibiva un sorriso trionfante sul volto, era riuscita a strappare l’ottanta per cento di sconto. 

Anche l’agente immobiliare che aveva venduto ai miei la casa sulla Jericholaan fu messo al tappeto. Pare che mia madre volesse dare via le sue due valigie in cambio della casa. L’agente non comprese quella forma di baratto.
«Può pagare solo in denaro» disse. Al che mia madre si infuriò: «Così mi offende» gridò. «Con queste due valigie in India ci compri un’intera città!»
L’agente guardò le valigie, sulla fronte gli comparvero solchi profondi, il suo sguardo si fece sempre più sconsolato.
Forse pensò che era il caso di cercarsi un altro lavoro.
Secondo me, chi si imbatteva in mia madre non poteva che giungere alla conclusione di aver scelto una strada sbagliata.
Lei interpretò quel silenzio come un segno di interesse e si mise a elencare i gioielli custoditi nelle valigie: anelli da naso, cavigliere, bracciali, orecchini, collane e addirittura una corona d’oro.
L’agente rivolse uno sguardo disarmato a mio padre, al quale però era stato imposto il divieto di parola. Poteva soltanto respirare e annuire (quest’ultima cosa solo in risposta a un’osservazione di mia madre).
L’agente rivelò con cautela il prezzo richiesto. Mia madre scosse il capo e divise la cifra per due, sottrasse diecimila, convertì il tutto in rupie, divise ancora una volta l’importo per due e alla fine annunciò il risultato.
Mio padre prese l’agente da parte e gli sussurrò all’orecchio:
«Va bene, va tutto bene. Si consoli, almeno lei non l’ha sposata».
Seguirono molti altri sopralluoghi e ogni volta mia madre tentava di abbassare il prezzo richiesto. L’agente smise di avere mancamenti ma, dopo ogni visita, doveva riposarsi un istante sui gradini di pietra davanti alla casa.
Anche lui avrà avuto l’aspetto di un pugile al termine del dodicesimo round.

© Isbn Edizioni S.r.l., Milano 2011
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