Solo per underwood: Guy Debord

expo_debord_gdNel 1967 ho mostrato in un libro, La società dello spettacolo, ciò che lo spettacolo moderno era già nella sua essenza: il regno autocratico dell’economia mercantile elevato a uno statuto di sovranità irresponsabile, e l’insieme delle nuove tecniche di governo che accompagnano tale regno. Dato che le rivolte del 1968, prolungatesi in vari paesi nel corso degli anni successivi, in nessun luogo hanno abbattuto l’organizzazione attuale della società, da cui esso scaturisce quasi spontaneamente, lo spettacolo ha continuato a consolidarsi ovunque, cioè ad estendersi alle estremità da tutti i lati, e al tempo stesso ad accrescere la sua densità al centro. Ha perfino appreso nuovi metodi difensivi, come avviene normalmente ai poteri attaccati. Quando ho intrapreso la critica della società spettacolare è stato notato soprattutto, dato il momento, il contenuto rivoluzionario che si poteva ravvisare in tale critica, e naturalmente si è visto in esso il suo elemento più deplorevole. Quanto alla cosa stessa, sono stato accusato a volte di averla inventata di sana pianta, e sempre di avere esagerato intenzionalmente nel valutare la profondità e l’unità di tale spettacolo e della sua azione effettiva. Devo ammettere che in seguito gli altri, pubblicando nuovi libri sullo stesso argomento, hanno dimostrato perfettamente che si poteva evitare di dirne tanto. Hanno dovuto solo sostituire l’insieme e il suo movimento con un unico dettaglio statico della superficie del fenomeno, scegliendolo ogni volta diverso, e quindi tanto meno inquietante, secondo l’originalità di ogni autore. Nessuno ha voluto alterare la modestia scientifica della sua interpretazione personale inserendovi avventati giudizi storici. In definitiva però la società dello spettacolo ha continuato ugualmente il suo corso. Procede in fretta, perché nel 1967 aveva poco più di una quarantina d’anni dietro di sé; ma spesi assai bene. E col suo movimento, che nessuno si prendeva più la briga di studiare, ha dimostrato in seguito, con imprese straordinarie, che la sua natura effettiva era proprio quella che io avevo indicato. Questa constatazione non ha soltanto un valore accademico: perché era forse indispensabile avere riconosciuto l’unità e l’articolazione di quella forza attiva che è lo spettacolo, per essere quindi in grado di ricercare in quali direzioni tale forza ha potuto muoversi, essendo ciò che era.. Sono questioni di grande interesse: la continuazione del conflitto nella società si giocherà necessariamente in tali condizioni. Dato che lo spettacolo è oggi indubbiamente più potente di prima, come usa tale potenza supplementare? Fino a quale punto, dove prima non si trovava, si è spinto? Quali sono insomma le sue linee di operazioni in questo momento? La vaga sensazione che si tratti di una sorta di rapida invasione, che obbliga la gente a cambiare radicalmente vita, è ormai largamente diffusa; ma ciò è sentito piuttosto come una modificazione misteriosa del clima o di un altro equilibrio naturale, modificazione di fronte alla quale l’ignoranza sa solo di non aver niente da dire. Inoltre, molti ammettono che si tratta di un’invasione civilizzatrice, peraltro inevitabile, e hanno perfino voglia di collaborarvi. Costoro preferiscono non sapere a cosa serve esattamente questa conquista, e come procede. Accennerò ad alcune conseguenze pratiche, ancora poco note, risultanti dalla rapida espansione dello spettacolo negli ultimi vent’anni. Non mi propongo di suscitare polemiche, ormai troppo facili e troppo inutili, su nessun aspetto della questione; né tanto meno mi propongo di convincere. Questi commentari non intendono moraleggiare. Non considerano ciò che è auspicabile o semplicemente preferibile. Si limiteranno a rilevare ciò che esiste.

(guy debord, commentari sulla società dello spettacolo)

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